Storia della fotografia: il fotogiornalismo [Parte V]

Paul Strand /Wall Street New York City 1915

Per concludere la piccola serie di post dedicati alla storia della fotografia vorrei affrontare l’argomento a me più caro, ovvero vorrei parlare del fotogiornalismo o fotografia documentaria.

Cover secondo numero Camera Work, Aprile 1903. Font e copertina ideati da Edward Steichen.
Cover secondo numero Camera Work, Aprile 1903. Font e copertina ideati da Edward Steichen.

New York. E’ il 1902 quando Alfred Stieglitz dà vita alla Photo -Secession. Tre anni più tardi fonda, insieme al fotografo Edward Steichen, la Galleria 291 in Fifth Avenue. Nello stesso periodo crea la rivista “Camera Work”, quadrimestrale che sarà pubblicato per ben 49 edizioni fino al giugno 1917. Figura fondamentale nel panorama della fotografia mondiale, grazie alle sue tante attività artistiche ed editoriali, Stieglitz é stato il “collante” che ha unito artisti europei e americani, divulgando con la sua rivista una vera e propria rivoluzione fotografica. Iniziò così a prendere campo una nuova corrente chiamata Straight Photography (fotografia diretta). Nata in opposizione al pittorialismo e a ogni forma di manipolazione dell’immagine, questa terminologia fu usata per la prima volta proprio in un articolo di Camera Work:

 

“Qualunque cosa in grado di alterare la fotografia rende automaticamente meno puro lo scatto e, quindi, meno vero”

 

© Lewis Hine / Addie Card Vermont 1910
© Lewis Hine / Addie Card Vermont 1910

La straight photography fu una corrente che si sviluppò velocemente, soprattutto negli Stati Uniti, in concomitanza con la nascita della figura del fotoreporter e alla crescente attenzione del pubblico nei confronti della fotografia documentaria. Con l’evolversi della società, molti fotografi iniziarono a raccontare la realtà, a volte anche scomoda. A tal proposito famose sono le immagini di Lewis Hine che, con estrema crudezza, documentarono la vita degli immigrati in arrivo a New York nei primi del Novecento e le condizioni dei bambini costretti a lavorare nelle fabbriche in nome del progresso.

Paul Strand e Walker Evans sostennero con entusiasmo la fotografia diretta, quest’ultimo, durante gli anni trenta, si cimentò nel raccontare la difficile realtà dei quartieri più poveri della Grande Mela.

Parallelamente, sempre a New York, si sviluppa la figura del fotogiornalista d’azione. Primo che la storia ricordi fu Arthur Fellig al secolo Weegee. Iniziata la carriera durante gli anni ’20 come stampatore presso l’ Acme Newspictures, nel 1936 lascia l’Acme per concentrarsi sull’attività di free-lance.

Frequenta assiduamente il quartier generale della Polizia di Manhattan, fa amicizia con i poliziotti, entra in connessione con loro a tal punto che in ogni occasione è avvisato per essere il primo sulla scena del crimine, risse notturne e incidenti. Piano piano stabilisce il suo ufficio all’interno dell’ufficio persone smarrite ottenendo inoltre il permesso di installare una radio della polizia sulla sua auto per essere sempre aggiornato sugli eventi criminali avvenuti in città. Una piccola curiosità: il temine paparazzo non trae origine dalla figura di Weegee ma dal film di Federico Fellini “La dolce vita” dove appare un fotoreporter, interpretato dall’attore Walter Santesso, che di cognome fa appunto Paparazzo.

© Dorothea Lange Migrant Mother / California 1936
© Dorothea Lange “Migrant Mother” / California 1936

Un altro grande autore che abbracciò in toto la straight photography fu Ansel Adams. Innamorato dello Yosemite e dei grandi parchi americani dedicò la maggior parte della sua vita a fotografarne la loro bellezza nella maniera più reale e veritiera possibile. Fu grazie a questo suo modo di concepire l’immagine e all’amicizia che lo legava a Edward Weston che nel 1932 nacque il gruppo f/64, nome dedicato all’apertura del diaframma necessaria per ottenere il più alto valore di profondità di campo. Sua anche l’invenzione del sistema zonale, uno strumento che insieme all’iperfocale, aiuta molto il fotografo ad avvicinarsi il più possibile alla rappresentazione della realtà. Adams fu anche amico di una fotografa che, negli anni venti, decise di trasferirsi da New York a San Francisco, Dorothea Lange. Giovane reporter freelance, dal 1935 al 1939 (assieme ad altri grandi fotografi) fu assunta dell’FSA (Farm Security Administration) per documentare la grande depressione americana, iconica è la sua “Migrant Mother”. Anni 40, mentre in Europa prendono campo la corrente umanista francese di Robert Doisneau, Willy RonisBrassaï e il neorealismo post bellico Italiano di Gianni Berengo Gardin, Mario Giacomelli e Ugo Mulas negli Stati Uniti, grazie a Robert Capa, Henri Cartier Bresson, David saymour e Goerge Rodger nasceva la famosa Magnum Photos.

The family of man by Edward Steichen
The family of man by Edward Steichen

Nello stesso periodo un fotografo di nome William Eugene Smith crea quello che fu definito da molti il primo photo reportage della storia. É il 1948 quando, dopo molte settimane di lavoro, esce su Life un racconto fotografico dedicato al medico condotto di una desolata località dell’entroterra americano. “Country Doctor” fu un capolavoro che rivoluzionò il modo di raccontare tramite le immagini e che ha influenzato generazioni di fotografi. Autore enigmatico e difficile da capire, Smith si contraddistinse per le sue fotografie e per il suo particolare carattere. Scontroso, solitario ebbe una vita molto travagliata, fatta di successi altalenanti, molte delle sue immagini di produzione giovanile sono andate distrutte (bruciate) dallo stesso autore. Si narra che, nonostante due matrimoni da cui ebbe due figli, morì solo a causa di un attacco di cuore in un negozio mentre stava comprando cibo per gatti, unici suoi compagni di vita.

Nel 1955 Edward Steichen fece parlare ancora di se, realizzando quella che è stata e forse è tutt’ora, la più famosa mostra fotografica itinerante della storia: The family of man. Composta da 503 immagini di 273 fotografi, di cui 168 americani, provenienti da 68 paesi diversi “The family of man” è stata visitata nel tempo da oltre nove milioni di persone. Per il suo enorme valore storico è stata inoltre inserita nel registro della memoria dell’UNESCO (Memory of the World Register) nel 2003.

Gli anni 50 rappresentano un nuovo momento di rivoluzione per la corrente fotografica americana. La letteratura entra in connessione con la fotografia, la Beat Generation di Jack Kerouac, Lucien Carr, Allen Ginsberg, William Burroughs è d’ispirazione per le immagini iconiche di molti autori tra cui vorrei citare Robert Frank. Fotografo all’apparenza spreciso, controcorrente con il suo The Americans rompe l’incantesimo di un’America perfetta raccontandone le ipocrisie, i contrasti raziali e le grandi debolezze.

© Esculapio / Josef Koudelka Collesano (Sicilia) - Pasqua 1987
© Esculapio / Josef Koudelka
Collesano (Sicilia) – Pasqua 1987

Gli anni 60 videro un’ulteriore evoluzione del reportage. Tra i promotori di questo nuovo cambiamento (oltre a Frank) furono Garry Winogrand e Lee Friedlander. Facilitati dalla grande amicizia che li univa, in perfetta comunione con lo stile Bresson e la filosofia Leica, ambedue si concentrano sulla realizzazione d’immagini di street photography senza curarsi mai di preparare la scena o mettere in posa i soggetti. Successivamente sono molti gli autori che nel tempo hanno documentato i cambiamenti e i grandi eventi della nostra società: l’immagine di Elliott Erwitt della vedova Kennedy al funerale del marito, l’11 settembre, Ground Zero di Joel Meyerowitz, le visoni di William Klein, il flash aggressivo di Bruce Gilden, le geometrie di luce di Alex Webb, il cupo bianco e nero di Paolo Pellegrin. La fotografia documentaria, da sempre associata all’immagine del fotografo flaneur, è probabilmente la parte più affascinante di questo mestiere. Mentre nello still-life e nella fotografia di moda è necessario avere un’ottima padronanza della tecnica, della luce e non è consentito nessuno “strappo alla regola” (o quasi) nel fotogiornalismo, soprattutto nel reportage, è quasi normale avere un proprio stile. Lavoro magico, solitario, fatto con i piedi, di tanta passione, conoscenza della tecnica e delle regole, regole che possono essere infrante..con cognizione di causa!

Vorrei concludere raccontavi un aneddoto che riassume perfettamente il credo di ogni fotogiornalista. Durante la Primavera di Praga un fotografo, a rischio della propria vita, documentò le atrocità dell’esercito del Patto di Varsavia contro i riformisti cechi. Le immagini, inviate alla Magnum, divennero il simbolo di quel momento storico e furono pubblicate dal The Sunday Times con lo pseudonimo, per timore di repressioni, “anonimo di Praga”. Nel 1969 l’anonimo ricevette la “Robert Capa Gold Medal”…quel fotografo è Joseph Koudelka.

 

Immagine di copertina: © Paul Strand /Wall Street New York City 1915

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